Un colpo al cerchio, un colpo al Regno: Veneto invaso

Articolo originariamente pubblicato il 12 settembre 2020
Rieditato per questo sito il 18 settembre 2021

Il mio percorso collezionistico dedicato al Regno d'Italia, ancora in una fase pre evolutiva, si arricchisce di un nuovo tassello, un po' come se all'interno di un itinerario museale comparisse una nuova stanza, una nuova vetrina con esposti reperti in grado di offrire maggiori approfondimenti, quando non un itinerario fuori pista rispetto al tracciato principale di scoperta che si offre alla curiosità dei visitatori. Occasione irrinunciabile, dunque, per una divagazione storico filatelica, che è anche un po’ il sale di questo nostro hobby.


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Ancora una volta i francobolli diventano cronisti del nostro passato


Il sinonimo di ogni disfatta, per un italiano, porta il nome di un piccolo villaggio adagiato dolcemente sulle rive del fiume Isonzo, poco oltre l’invisibile confine con la Slovenia; in tutto millecento anime, una ex fabbrica di cioccolato ed una piazza, punto nevralgico del vai e vieni del borgo. Kobarid, il suo nome slavo, poco ci ricorda, un punto perso nelle mappe tra boschi e cime. È solo nella nostra lingua, Caporetto, che si materializza d'improvviso la memoria della più grande sconfitta militare dell’esercito italiano. Quella che intere generazioni hanno studiato sui banchi di scuola, così grave che Mussolini, di Caporetto, aveva perfino cancellato il nome dalle carte geografiche della nazione. Il 24 ottobre 1917, una manovra lampo, concertata dagli austro-tedeschi a fondovalle, sorprese le truppe italiane, prendendole alle spalle e lasciandole senza ordini. In poche ore gli eserciti alleati di Austria e Germania arrivarono a Caporetto a passo di carica. La battaglia qui era già persa. E la via per la pianura friulana era spianata.

Le truppe austriache e tedesche raggiunsero in soli due giorni Cividale del Friuli. L’esercito italiano aveva perduto in 48 ore quanto aveva conquistato con enormi costi umani in due anni e mezzo di guerra di trincea. Ed è esattamente qui che ha inizio un’altra storia, meno nota: l'esodo biblico delle genti friulane e venete, un evento senza precedenti nella storia del Regno d’Italia.

Tutto si consuma in poche settimane, dal 24 ottobre al riposizionamento delle truppe italiane sul Piave, cioè al 9 e 10 novembre, quando gli artificieri faranno saltare gli ultimi ponti sul fiume sacro alla Patria. Pochi giorni, ma capaci di terremotare l’intero Triveneto e tutta la nazione.

Ad essere coinvolte dall’invasione austro-tedesca sono due intere province: quelle di Udine e di Belluno, metà Marca trevigiana e una quindicina di Comuni del Veneziano, compreso il capoluogo lagunare. In tutto oltre trecento Comuni. A fuggire da quest’area sono in 230 mila civili. Ma a questi si devono aggiungere anche coloro che abitavano il Veneto non occupato. In tutto si calcola che oltre mezzo milione di sfollati e profughi in sole sei settimane si riversino nel resto d’Italia da quello che oggi è chiamato il Nordest. Una massa incontrollata di immigrati che lasciano in fretta tutto alle spalle: casa, terre, beni, comunità. Scappano i feriti, gli ammalati. Senza più alcun ordine. Sembrano mosche. Un fiume di sfollati che si muove seguendo due direttrici: la prima verso Milano, dove ne transitano 62 mila e ne restano oltre 20 mila, e quindi il Piemonte e la Liguria. Gli altri verso il Centro Italia ed il Sud. Firenze diventerà la capitale dei profughi, a Napoli ne passano altri 70 mila.

Chi è rimasto subirà la violenta occupazione austro-ungarica e tedesca, diventando il bottino di guerra dei vincitori, liberi di sfogarsi dopo anni di patimenti tra Carso ed Isonzo. Ne derivarono saccheggi, requisizioni, fame e prigionia. Nella prima fase dell'invasione, fuori dal controllo delle gerarchie militari, i soldati tedeschi ed ungheresi, seguiti da bosniaci e croati, si resero responsabili di numerose violenze sulle donne, lasciandosi andare anche ad omicidi e torture, massima espressione della disumanità della guerra.

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Nella mia collezione ho posto, come sempre,
particolare attenzione all'apparato didascalico

Come sempre ho cercato di sfruttare al meglio questa capacità dei francobolli, e dei reperti di natura postale e filografica in genere, di raccontare una storia. Come ho spesso avuto modo di scrivere, se il racconto che circonda il francobollo è in grado di soddisfare l'esigenza di conoscerne la natura, la sua origine, la sua storia e i mutamenti avvenuti nel tempo, ecco che la propria collezione perde quella valenza individuale e si trasforma in un mezzo, in un veicolo di conoscenza e di approfondimento capace di aprire gli orizzonti anche a chi non ha partecipato alla raccolta ed alla catalogazione. Ho quindi approntato alcuni fogli di album con notizie storiche per integrare quelli della serie Dominus (Bolaffi a 22 anelli) che, grazie ad un gradevole regalo di compleanno, erano entrati a far parte del mio insieme. Per omogenizzarli con l'insieme sono ricorsa alla ormai collaudata tecnica della clonazione grafica.

Come in tutti i tracciati espositivi che necessitino di una introduzione ai reperti principali, anche nel nostro campo, il ricorso a elementi secondari, che pensavamo inutili ai fini della nostra collezione "primaria", quasi sepolti nei magazzini del nostro virtuale seminterrato, può avere effetti narrativi inaspettati. Nel mio caso ho recuperato alcuni elementi postali che avevo da tempo in una scatola, in parte perché filatelicamente non utili al momento, in parte perché affrancati con valori di cui già avevo ampia disponibilità. Si tratta di alcune cartoline viaggiate in periodi interessanti dal punto di vista del profilo narrativo che volevo allestire, ma anche pregne di quella iconografia bellica densa di propaganda patriottica che offre appieno l'atmosfera del momento nel nostro Paese.

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L'indottrinamento dei soldati con scarsa dimestichezza nella lettura e nella pratica scrittoria fu affidato alle didascalie prestampate delle cartoline illustrate. Le immagini delle maestose cime dolomitiche sono decorate ai lati da una striscia tricolore, mentre nella parte bassa sono incisi versi, ispirati a sentimenti nazional-patriottici, tratti da poesie di Giosuè Carducci, Goffredo Mameli e Giovanni Bertacchi, quest'ultimo autore del “Canzoniere delle Alpi”. Le cartoline illustrate, divenute un fenomeno di massa, furono uno straordinario mezzo di propaganda bellica, di devozione alla patria, preservando il gusto della trasposizione favolosa in chiave eroica.

In circolazione sin dall'estate del 1915, le cartoline illustrate della serie “Vette d'Italia redente a libertà” s'inseriscono in quel contesto propagandistico, imbevuto di retorica patriottica che, sul fronte alpino della guerra di trincea, inneggiava alle “Alpi nostre”. La missiva illustrata parte da Bassano, via di salita per la linea bellica dell'Altopiano di Asiago e dell'irredento Trentino, ma anche bastione difensivo, compresso tra il Brenta ed il Piave, di quella nuova linea di confine che la disfatta di Caporetto del 1917 andrà a demarcare, con il Veneto invaso dagli austro tedeschi.

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Se le immagini di paesaggi alpestri e le trasognate vaporose didascalie della propaganda irredentista delle “Vette d'Italia” servivano ad allontanare l'idea della morte, sublimando le brutture del conflitto in chiave quasi onirica, tutt'altra cosa erano gli slogan interventisti coniati poco prima dell'entrata in guerra. Eloquente quello di questa cartolina illustrata: “Fuori i barbari, viva l'Italia”. La missiva è spedita da Fonzaso nel luglio del 1916, paese della provincia bellunese, a poco più di cinquanta chilometri da Bassano, ma al di là del fiume Piave e quindi dentro quella zona di occupazione austroungarica creata dalla sconfitta di Caporetto dell'ottobre del 1917.

Prima dell'entrata in guerra, nel 1915, la popolazione italiana, anche se non contraria all'intervento bellico, in realtà era indifferente o quanto meno attendista. Grandi furono le manifestazioni degli interventisti, volte a palesare una “guerra giusta” e far notare che la mancata entrata in guerra non avrebbe consentito all'Italia, considerata imbelle nel quadro delle potenze europee, di rivendicare quelle terre irredente, i cui abitanti agognavano il rientro nella madre Patria. Da qui l'idea di manifesti, locandine e cartoline illustrate volte a propagandare l'intervento. Mancavano quindici mesi a Caporetto.


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Questi documenti postali, semplici missive, se ben inserite ed armonizzate nel compendio grafico e collezionistico possono essere di grande aiuto per costruire una storia, una perfetta introduzione ai francobolli che seguiranno e che rappresentano evento e periodo. In ogni percorso espositivo, in quanto trama portante del racconto, l'oggetto rappresenta il testo.

L'oggetto è l'asse narrativo, non si cambia in quanto tale, e va dunque interpretato. Per farlo si ricorre a quello che gli addetti a lavori definiscono paratesto. Un elemento di supporto all'interazione tra reperto ed osservatore, una connessione il cui richiamo può avere differenti valenze: contesto culturale, profilo storico, tecnica e stilistica, iconografia. La prima parte del paratesto (peritesto) rappresenta una sorta di contiguità fisica al pezzo che è mostrato: dalla semplice didascalia con i dati di emissione sino alla scheda filatelica. Nell'ambito dell'allestimento della nostra collezione tale elemento può essere determinante, ancor più per quella di introduzione, così come di epilogo, narrativa, ove la storicizzazione può essere difficile e dove la semplice didascalia tecnica e tematica rischia di non catalizzare a sufficienza l'attenzione di chi guarda.


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In carico alla V Compagnia Sanità di Verona, l'Ospedale da Guerra n° 59, nel maggio 1916 da Castelfranco Veneto si sposta a Fonzaso (è di questa località del bellunese l'illustrazione), sulla strada per Fiera di Primero, poco oltre Feltre. Siamo nelle immediate retrovie del fronte, sul lato opposto di quell'arco di guerra che si incurva nella dorsale delle Alpi Carniche e che si tende da Caporetto sino al Pasubio. Manca poco più di un anno alla terribile disfatta.
 
Dopo il fatidico 24 ottobre 1917, a seguito dello sfondamento austriaco di Caporetto, caduti gli avamposti del Friuli ed Udine, un lembo di Veneto sarà invaso, mentre il fronte arretra precipitosamente verso il Piave: sono migliaia i profughi civili dei territori occupati costretti ad abbandonare per circa un anno le proprie case. Altri 250 mila saranno invece sgomberati dalle autorità militari italiane dai paesi nelle retrovie sulla sinistra del Piave. Lo stesso Ospedale da Guerra n° 59, già nel mese di novembre, sarà costretto ad un rapido arretramento rispetto a Fonzaso, prima a Melara Po, poi a Santo Stefano Zimella, nel veronese, ove resterà sino a fine conflitto.

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Accanto all'annullo di Posta Militare n° 13 anche il bollo di censura del 6° Reggimento Alpini - Battaglione Val d'Adige. La missiva è spedita il 7 del mese, dalle trincee montane del fronte. A fine mese il battaglione varca l'Isonzo e si attesta nel vallone di Ovsje. Il 22 ottobre si trasferisce sulla destra dell'Isonzo, a Dugo. Due giorni dopo si trova sotto il micidiale bombardamento dell'artiglieria austro-tedesca iniziato nella notte. La battaglia si accende violenta, ma gli alpini, ridotti ormai a 170 fucili, sono costretti a ripiegare, con il nemico già alle spalle che taglia alle truppe italiane la fuga: 12 mila morti, 30 mila feriti, 300 mila prigionieri ed altrettanti militari allo sbando privi di comando e istruzioni oppure disertori. Gli alpini del Val d'Adige che passeranno il Tagliamento al ponte di Pinzano, riuscendo ad arrivare alla linea del Piave, saranno sei ufficiali e circa trenta uomini.

Soddisfatta la necessità di una introduzione all'itinerario trasversale all'insieme collezionistico del Regno d'Italia, ora sono i reperti dentellati a diventare protagonisti, certi che quanto raccontato sino ad ora da semplici tracce postali ha, in qualche modo offerto a chi osserva maggiore consapevolezza, al loro incasellamento nell'album dedicato al Veneto invaso.

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Nel 1914, in seguito all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, esplose la Prima Guerra Mondiale, dovuta a un complesso sistema di alleanze tra gli Stati europei, che vide schierati da una parte le potenze centrali (Austria-Ungheria, Germania, Impero ottomano e Regno di Bulgaria), dall'altra quelle occidentali (Francia, Regno Unito e Italia) e la Russia. Gli eserciti degli Imperi centrali, quello austro-ungarico e quello tedesco, riportarono numerosi successi iniziali sui due fronti principali del conflitto, quello occidentale contro Francia e Inghilterra e quello orientale contro la Russia, ma ad Occidente, quella che sarebbe dovuta essere una "guerra lampo", si trasformò ben presto in una logorante guerra di trincea; l'ingresso in Guerra dell'Italia aggravò ulteriormente la posizione austroungarica, ma la fine della minaccia russa dopo la caduta della Romania e gli sconvolgimenti prerivoluzionari consentirono a Germania e Austria-Ungheria di concentrare ingenti rinforzi sul fronte italiano e sfondare il fronte presso Caporetto, iniziando un'offensiva che avrebbe potuto essere decisiva, ma fu vanificata dalle crisi interne dell'impero che minarono l'esercito imperial-regio. Nel 1916 morì Francesco Giuseppe, a questi succedette Carlo I.

Proprio Carlo I compare sui francobolli della posta da campo (posta militare quindi) che, nei vari territori occupati durante il conflitto, gli austriaci provvidero a soprastampare con le valute locali di occupazione. Carlo I d'Austria (in tedesco Karl Franz Josef Ludwig Hubert Georg Maria von Habsburg-Lothringen-Este; "Carlo Francesco Giuseppe Ludovico Uberto Giorgio Maria d'Asburgo-Lorena-Este"; Persenbeug, 17 agosto 1887 – Funchal, 1º aprile 1922) sarà anche l'ultimo imperatore d'Austria, re d'Ungheria e Boemia, e monarca della Casa d'Asburgo-Lorena e Austria-Este. Carlo fu incoronato imperatore alla morte del prozio Francesco Giuseppe avvenuta il 21 novembre 1916. Nel 1917 avviò una serie di trattative segrete di pace tramite Sisto di Borbone-Parma, fratello della moglie Zita; anche se il ministro degli esteri Graf Czernin era interessato a negoziare una pace generale, l'imperatore Carlo I, tradendo l'alleanza con la Germania, propose una pace separata. Quando la notizia trapelò, nell'aprile del 1918, Carlo I negò qualunque coinvolgimento, ma fu smentito dal primo ministro francese Georges Clemenceau, che rese pubblica la lettera di richiesta di accordi separati firmata dall'Imperatore austriaco. Descritto dai giornalisti come un soggetto da screditare, giudicato incapace di portare avanti una guerra, fu esiliato alla fine della guerra.

Ciò che non tutti rammentano è la grande campagna che si operò per la sua canonizzazione che ebbe inizio nel 1949, quando si iniziarono a raccogliere delle testimonianze della sua santità nell'arcidiocesi di Vienna. Nel 1954 fu aperto il processo canonico e l'ex imperatore venne proclamato servo di Dio. Nel 1972, alla apertura del suo sepolcro, il suo corpo apparve incorrotto, fatto che spinse ulteriormente nel riconoscimento delle sue virtù cristiane. Il 3 ottobre 2004 è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II. Durante la cerimonia il Pontefice sottolineò che la principale preoccupazione di Carlo era stata quella «di seguire la vocazione del cristiano alla santità anche nella sua azione politica», in particolare nella qualità di promulgatore dell'assistenza sociale.


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Tornando ai francobolli, la catalogazione ufficiale del "Veneto occupato" proprio dai "soprastampati da campo" di Carlo I avrebbe inizio, se non fosse che per un importante antefatto di natura postale: il Carlo I nella sua emissione originale per l'esercito occupante reclama un posto d'onore in collezione, quasi una rivalsa da Beato.

Lo testimoniano due lettere che ho collocato in album, con tanto di didascalica motivazione. Dalla disfatta di Caporetto le comunicazioni postali fra Italia e la parte orientale del Veneto furono completamente interrotte. Nei territori occupati il servizio postale per i residenti, solo in ambito locale o per l'Austria-Ungheria ed i paesi suoi alleati sarà riattivato il 23 aprile 1918 utilizzando gli Etappenpostamt, gli uffici militari di tappa austriaci, da quel momento aperti anche ai civili. Tali uffici si collocano non in prossimità della linea del fronte ed impiegano francobolli di Posta militare austriaca. Il bollo tondo datario riporta la località in cui operano: Udine, Agordo, Ampezzo, Auronzo, Casarza della Delizia, Cividale, Codroipo, Gemona, Latisana, Longarone, Maniago, Moggio, Palmanova, Pieve di Cadore, Portogruaro, San Giorgio di Nogara, San Pietro al Natisone, San Vito, Spilimbergo, Tarcento e Tolmezzo.

Per questo ho ritenuto fosse importante inserire in collezione l'insieme dei valori austriaci non soprastampati impiegati nella prima fase dell'occupazione del Veneto e del Friuli, seguita alla disfatta di Caporetto, impiegati negli uffici di posta militare aperti all'utenza civile.


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Va detto che è un periodo difficile per tutti, persino per gli occupanti che arrivano sino al Piave e che cercano di far fronte alle necessità impellenti, incluse quelle dei familiari in patria. Dagli uffici postali parte molto di quello che, nella fase di occupazione è tolto agli italiani rimasti oltre la linea del fronte. Si tratta per lo più di derrate alimentari. Non va meglio nemmeno quando, nel maggio del 1918, gli occupanti emettono le Lire venete al cambio forzoso di 95 corone per 100 lire italiane, stratagemma per rastrellare valuta italiana circolante ad un cambio vantaggioso.

A seguito dell'introduzione forzosa delle Lire venete nei territori occupati, ufficialmente a partire da giugno 1918, i francobolli austriaci in uso negli uffici di posta militare furono progressivamente sostituiti da nuovi tipi approntati a Vienna e recanti in soprastampa la valuta di occupazione. Ed è a questo punto che entrano in gioco le diverse serie normalmente poste in catalogo, inclusi i due espressi raffiguranti Mercurio stampati su carta giallastra e poi ristampati su carta bianca.


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Nell'elenco delle emissioni, anche quella preparata nell'ottobre del 1918 comprendente ben 14 francobolli con l'effige dell'Imperatore Carlo I, che di fatto non furono mai emessi per il rapido evolversi degli eventi.

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L’indiscusso protagonista degli accadimenti che portarono alla vittoria fu Armando Diaz. L’8 novembre 1917 fu chiamato a sostituire Luigi Cadorna nella carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito italiano. Recuperato quello che rimaneva del Regio Esercito italiano dopo la disfatta di Caporetto, organizzò la resistenza sul fiume Piave e sul Monte Grappa. Guidò le truppe italiane alla vittoria, nelle sue battaglie più importanti; la prima battaglia del Piave, la battaglia del Solstizio e la battaglia finale di Vittorio Veneto. Il tutto nonostante potesse schierare solo trentatré divisioni intatte, circa metà di quelle disponibili a Cadorna prima di Caporetto. Per rimpinguare i ranghi ricorse alla mobilitazione dei diciottenni della classe 1899 (i cosiddetti "Ragazzi del '99") e dedicò molta cura nel migliorare il trattamento dei soldati: la giustizia militare restò severa, ma furono abbandonate le pratiche più rigide. Vi furono grandi miglioramenti nel vitto e nell'allestimento delle postazioni, furono introdotti turni più brevi, fu migliorata la paga e le licenze furono aumentate.

Diaz scatenò la grande offensiva nel tardo autunno del 1918, attaccando un’Austria, ormai spossata dallo sforzo compiuto. Sugli altipiani, ed in particolar modo sul Grappa, la IV Armata attaccò con molto vigore allo scopo di impegnare le forze avversarie e le riserve nemiche per liberare il fronte sul Piave. L’idea si rivelò vincente. Il sacrificio di tanti soldati sul Grappa portò nell’ottobre del 1918 alla vittoria sul Piave. Il 28 ottobre la XII, l’VIII e la X Armata occupavano saldamente la riva sinistra del Piave, mentre le punte offensive si dirigevano decisamente su Vittorio Veneto. La grandiosa battaglia poteva già dirsi praticamente decisa. Il 30 ottobre le truppe italiane entrarono in Vittorio Veneto, spezzando definitivamente in due tronconi l’esercito austro-ungarico e determinandone l’irreparabile collasso. Il 3 toccò a Trento essere liberata, poi fu la volta di Udine e di Trieste. Lo stesso giorno a Villa Giusti di Mandria, vicino a Padova, fu firmato l'armistizio tra il Regno d'Italia e l'Impero austroungarico. Quindi si pubblicò e diramò in tutta Italia il bollettino "della Vittoria". Il Veneto tornava italiano.

Parrebbe chiudersi così questo capitolo di storia raccontata dalla filatelia, ma per me non era sufficiente. Mi serviva il trait d'union che mi aiutasse a congiungere questo itinerario con quello, altrettanto affascinante, delle "terre redente". Per questo, ancora una volta, ho rovistato tra i documenti postali depositati nei cassetti. E l'ho trovato.

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È il 12 febbraio 1919. Accanto all'annullo di Posta Militare n° 9 (in uso alla 57a Divisione Fanteria sino al 18 luglio 1919), anche il bollo di “verificato per censura”. La grande controffensiva italiana detta “di Vittorio Veneto” si è ormai conclusa da alcuni mesi, liberando il Veneto ed il Friuli e superando la linea di demarcazione del 1915. I militari del Regio Esercito sono ora gli occupanti. Alla spedizione di questa cartolina la 57a Divisione presidia la Carnia e la Conca di Tarvisio; il 12 giugno 1919 una Brigata sarà inviata in Carinzia (Austria), occupando la linea ferroviaria Tarvisio, Villach, Feldkirchen, Sankt Veit. La posta militare 9 funzionerà fino al 15 luglio. Con la conferenza di Parigi, apertasi il 18 gennaio 1919, sono annessi all'Italia il Trentino, l'Alto Adige fino al Brennero, la conca di Ampezzo, la conca di Tarvisio fino al villaggio di Thörl, la sella di Dobbiaco, Pontebba austriaca.

Chiudo a questo punto, anche se non esaurendone i contenuti (vorrei riaprire la parentesi con Udine ed i suoi valori di recapito), questa mia divagazione storico postal filatelica. Sempre e solo per puro divertimento. Come di consueto ribadisco che sarebbe un peccato di presunzione il solo pensare di saper tutto su quanto scritto. Resta apprezzabile ogni intervento che voglia correggere, smentire, ma soprattutto aggiungere ed impreziosire questa mia cronaca "di carta".

Bibliografia essenziale

  • Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza, 2017;
  • AA.VV, Caporetto cent'anni fa la grande disfatta, http://www.aclibergamo.it,  consultato il 01.07.2020;
  • Alfio Caruso, Caporetto, Longanesi, 2017;
  • Alberto Laggia, Caporetto cent'anni fa la grande disfatta, https://m.famigliacristiana.it  consultato il 01/07/2020;
  • Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza, 2017;
  • Arrigo Petacco, Marco Ferrari, Caporetto. 24 ottobre-12 novembre 1917: storia della più grande     disfatta dell'esercito italiano, Mondadori Le scie, 2017;
  • Franco Filanci, Il Novellario Volume 2, 1889 -1921, Unificato, 2014;
  • Bruno Crevbato Selvaggi, Il veneto invaso, Il Collezionista Bolaffi, Maggio 2008.