La fattoria degli animali di George Orwell. Bruciante satira alla rivoluzione russa e a Stalin

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Avvertenza
Valutazione e recensione sono frutto del mio personale gusto individuale, delle mie preferenze letterarie, così come la valutazione che assegno. E' quindi più che comprensibile, anzi auspicabile, che molti non la pensino come me. Detto ciò: ogni libro è fatto per essere letto.

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La mia valutazione su questo libro:
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Non è mai semplice offrire un suggerimento di lettura quando ciò che si propone è un libro considerato un caposaldo letterario, ancora più complesso quando è parte della didattica scolastica in tema di letteratura. “La fattoria degli animali” di George Orwell rappresenta bene il caso: è uno dei romanzi di letteratura inglese più studiati durante il periodo scolastico e, accanto a “1984”, resta una delle opere più conosciute di questo autore. Pubblicato nel 1945, scritto solo qualche anno prima, è una caricatura jacovittiana, trasposta al mondo animale, della Rivoluzione Russa del 1917 e del successivo instaurarsi del Comunismo. Con un linguaggio ed una satira che ci rimandano ad immagini quasi fumettistiche, Orwell critica in modo tutt’altro che edulcorato ogni forma di totalitarismo e, in modo particolare, i fatti che portarono al potere Lenin e, a seguire, l’aspra lotta di potere di Stalin e l’attrito nella corsa al potere con Trotsky.

In ogni animale della fattoria di Orwell, quella che si ribella al fattore Jones, il lettore può ritrovare eventi e personaggi del regime stalinista. C’è, ad esempio, nel saggio e anziano maiale chiamato “Vecchio Maggiore” il tratto caratteriale di Karl Marx e della sua filosofia socialista, fatta di ideali puri, inattaccabili. In Jones, l’umano che dirige la “Fattoria Padronale” si specchia la figura dello Zar Nicola II e con lui di quella vecchia aristocrazia russa i cui interessi altro non sono che il prodotto dello sfruttamento del proprio popolo, dei propri contadini. La stessa cavallina Mollie, principessina di quel mondo aristocratico, decide di abbandonare la Fattoria proprio nel momento in cui gli animali iniziano a ribellarsi.

Il racconto è una vera sfilata allegorica in cui in Napoleone, il maiale che, grugnito dopo grugnito, prenderà il potere, ritroviamo il ritratto dispotico e dittatoriale di Stalin, con la sua propaganda a senso unico, le sue sfilate autocelebrative, le sue spietate purghe. Poi c’è Palla di neve, ritratto dalle sembianze animali di un Lev Trotsky che inizia il suo percorso da eroe della rivoluzione bolscevica per finire, costantemente screditato da Stalin Napoleone, col divenire nemico assoluto del popolo. Un popolo, quello della Fattoria degli animali, che nel miraggio di un mondo più egualitario, giusto, sociale, finirà per passare da una dittatura ad un’altra, peggiore forse della prima.

Va detto che in questa nuova traduzione di Vincenzo Latronico si nota una revisione più fresca di un testo comunque scritto in un inglese molto semplice nel contenuto e nella nota stilistica. Tutto ciò rispetto, ad esempio, a quella di Guido Bulla, da molti considerata come più tradizionale e fedele all’originale edito nel Regno Unito nel 1945 da "Secker & Warburg". Capita quindi di notare che lo stacanovista cavallo Gondrano (già tradotto in Boxer) in questa edizione si chiami Spartaco, in virtù della sua grande forza e volontà; che il capo della propaganda “di partito”, nella realtà dei fatti la nota agenzia Pravda, si riconosca nel nome di Squillo (certo più lessicalmente aderente al ruolo, rispetto al precedente Clarinetto) oppure che Beniamino, il somaro che di sottecchi guarda la rivoluzione con una certa diffidenza, pecca di esterofilia trasformandosi all’anagrafe animale in Benjiamin, acuto osservatore dei fatti molto simile a chi questo libro lo ha scritto. Resta punto fermo il corvo Mosé, immancabile richiamo alla Chiesa Ortodossa.

La rivoluzione lentamente si trasforma in una dittatura inflessibile, i canti patriottici sono svuotati del loro originario significato, i comandamenti dell’animalismo vessillo della rivoluzione ora asservono il nuovo potere e le grandi masse, che in un sol coro cantavano come un gregge “quattro zampe bene, due zampe male”, finiranno con l’intonare “quattro zampe bene, due zampe meglio”. Non manca nulla, c’è persino l’umanizzazione dell’Inghilterra e della Germania nazista nei padroni delle fattorie confinanti. Ci sono gli sgherri della polizia politica sovietica, sempre pronti ad abbaiare, ringhiare e mordere. Ci sono i topi, senza legge e senza patria.

Un romanzo politico? Certamente sì. George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, nato a Moithari, in India, il 25 giugno 1903 e morto a Londra il 21 gennaio 1950, non ha mai negato il suo impegno di attivista politico. Fra i più apprezzati autori inglesi del XX secolo, ci lascia una preziosa testimonianza della distopia del comunismo sovietico che parte con un’idea di libertà e si chiude con un sistema totalitario dove la libertà è un pericolo da sopprimere. Non ci stupisce quindi che, in un periodo in cui il Regno Unito e l’Unione Sovietica erano alleate di una guerra mondiale appena terminata, molti editori rifiutarono il manoscritto. Un testo che non può mancare in ogni biblioteca che si rispetti.