Flash: Katmandu il grande viaggio di Charles Duchaussois: la discesa negli inferi

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Avvertenza
Valutazione e recensione sono frutto del mio personale gusto individuale, delle mie preferenze letterarie, così come la valutazione che assegno. E' quindi più che comprensibile, anzi auspicabile, che molti non la pensino come me. Detto ciò: ogni libro è fatto per essere letto.


⭐ Sufficiente - ⭐ ⭐ Più che discreto - ⭐ ⭐ ⭐ Buono
⭐ ⭐ ⭐ ⭐ Ottimo - ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ ⭐ Eccellente

La mia valutazione su questo libro:
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Della “hippy trail” ho già avuto modo di parlare nella recensione che ho dedicato a “Viaggio alla droga” di Gérard Borg. Un viaggio nell’oriente, tra autostop, sacchi a pelo e pasti frugali, all’insegna del motto “pace e amore”. Per molti di questi giovanissimi che partivano dal Vecchio Continente e dall’America, ciò rappresentava più di un viaggio, esso era l’itinerario della controcultura libertaria alimentato dalla generazione dei figli dei fiori, dalla metà degli anni ’50 fino alla fine dei ’70.

Ma non si trattava sempre di adolescenti in fuga da una società che trovavano ormai stretta per i propri orizzonti, tra loro si mescolavano vagabondi di mestiere, piccoli criminali da strapazzo, inquilini abituali di riformatori e centri correzionali. Charles Duchaussois, l’autore di questo incredibile libro è uno di loro. Uno dei protagonisti di quella che sarebbe stata ribattezzata come “la via della droga”, la rotta beatnik, un percorso fatto di trip e di flash, di “fumo” e di siringhe, di sballo e di dipendenza dal “buco”. Per molti sino alla morte. Un lungo itinerario che, nel caso del nostro autore e protagonista, ha inizio dal nord Africa, si sposta sulle tracce dell’hashish sino in Libano, scivola tra i minareti di Istanbul, le strade polverose di Kabul, le trafficate vie di Bombay e raggiunge la mitica Bagdad, sino all’approdo finale. Consumato nell’anima e nel corpo dall’eroina e dagli allucinogeni, Charles termina il suo viaggio nell’allora patria della droga libera: Katmandu. Ai piedi delle montagne sacre, dove negli anni della contestazione si poteva comprare e provare a basso prezzo qualsiasi tipo di droga, sino a diventare zombie.

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Le vicende dell'autore occuparono molte colonne sulla stampa francese e il libro di Charles Duchaussois ha ispirato anche un racconto a fumetti

Tutto ha inizio nel 1969. E si comprende dalle prime righe di questa narrazione autobiografica che l’autore non si considera un hippie. Non vuole esserlo. Ha di sé un’immagine decisamente superiore, si sente quasi un maestro di vita, si eleva allo status di guru tra piccole anime disorientate, pur condividendo con loro uno stile in cui l’esaltazione dei sensi si mescola al randagismo, in cui il senso di fratellanza esonda nella promiscuità. Arriva ad affermare che drogarsi è una scelta di vita. Lo fa in modo crudo, senza troppi giri di parole, privo di sofismi e intrecci narrativi. Questo libro in fondo è un diario di viaggio e come tale si mostra con una scrittura a tratti frammentaria, discontinua, che calendarizza giorno per giorno la trasformazione in atto, l’inizio della discesa negli inferi, il processo di annientamento della volontà e quindi il preludio all’autodistruzione.

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Talvolta si prova una pena infinita. Ci si domanda, leggendo, se sia possibile fare qualcosa per fermare la metamorfosi che trasforma un uomo in uno junkie. Una trasformazione in cui chi racconta non ci risparmia nulla, in uno stile quasi da didattica della tossicodipendenza completa di glossario e manuale d’istruzione che inizia con il trip indotto dal fumo, si evolve nello sballo indotto dall’hashish, nello stato sognante e perso dell’oppio sino a quella scarica, a quel flash prodotto dall’eroina che ti scivola nelle vene mescolandosi alle tue cellule e, mentre ti percuote ogni neurone in un’estasi indotta, inizia a divorarti. Ti irretisce, ti prende, ti cattura, ti imprigiona, ti incatena.
Ma va inteso senza equivoci che in questo “Flash, Katmandu il grande viaggio” la morale è surclassata dalla cronaca, da paesaggi straordinari, da incontri inverosimili, sino alla consapevolezza che un essere umano non risponde alla terza legge sulla robotica di Asimov: “un robot deve salvaguardare la propria esistenza”.

Questo è ciò che Duchaussois ci racconta, srotolando sulla carta una ventina di nastri magnetici ai quali ha dettato la sua esperienza, un anno dopo essere sceso dalla scaletta di un aereo, in quel 1970, all’aeroporto di Orly, giovane trentenne sopravvissuto e ridotto allo stato di una larva. Lo fa senza trucchi, senza inganni.